Il tragico affondamento della nave da battaglia Roma

Nelle prime ore del 9 settembre 1943, un bimotore “Junker JU 88” della Luftwaffe, informò il suo Comando che una forza navale italiana costituita da tre corazzate, sei incrociatori e sei cacciatorpediniere era in navigazione verso il Golfo dell’Asinara.

L’avvistamento venne subito comunicato al feldmaresciallo von Richthofen, che era il comandante della 2a Luftflotte, dislocata in Italia, il quale, pur non avendo ricevuto disposizioni particolari in merito, ritenne opportuno attivare immediatamente il piano “Achse”, predisposto dall’Alto Comando della Luftwaffe, il quale, tra l’altro, specificava:

“Le navi da guerra italiane che fuggono o provino a passare dalla parte del nemico   devono essere costrette a rientrare in porto o distrutte”.

Facciamo un passo indietro per inquadrare la situazione. Siamo nei primi giorni del settembre 1943, il 3 settembre il Regno d’Italia e gli Alleati hanno firmato l’armistizio e gli italiani hanno tempo fino al 12 per annunciare al mondo la firma del patto, nel frattempo i tedeschi avevano studaito numerosi piani per far fronte alla defezione dell’alleato

Chi volesse approfondire l’argomento relativo ai piani di invasione dell’Italia in caso di defezione dal conflitto puo’ leggere il nostro dettagliato post che abbiamo dedicato all’argomento.

La corazzata Roma
La nave da battaglia Roma

Si stava per arrivare ad un dei momenti più critici dell’intera storia italiana. Era ormai prossimo l’annuncio dell’armistizio e nella notte tra il 7 e l’8 settembre 1943 Supermarina comunica ai comandi delle forze navali un segnale convenzionale alla ricezione della quale le navi avrebbero dovuto autoaffondarsi. Questo segnale è

“raccomando massimo riserbo”.

Vista l’imminenza dello sbarco alleato sul suolo italiano, con l’assenso del comando supremo il ministro De Courten dava l’ordine “alla squadra da battaglia a La Spezia e a Genova di accendere, tenendosi pronta a muovere in due ore dalle 14.00 per il previsto intervento offensivo nella zona di sbarco il mattino del giorno successivo”

Alle ore 15.00 circa l’ammiraglio Bergamini convoca sulla corazzata Roma, Ammiragli e Comandanti da lui dipendenti per informarli su quanto aveva saputo dal Ministero nella riunione del giorno prima. Evidenzia in modo particolare la gravità della situazione in corso e la possibilità di un improvviso colpo di mano tedesco di impadronirsi delle navi.

Alla ricezione del segnale convenzionale “attuate misure ordine pubblico n. 1 – Comando Supremo” i tedeschi che si trovano a bordo debbono essere catturati [-]. In ogni modo, qualunque cosa accada, nessuna nave deve cadere in mano tedesca. A tal fine, alla ricezione del telegramma convenzionale “raccomando massimo riserbo”, bisogna dar corso all’autoaffondamento. Se le circostanze dovessero richiederlo, si deve dar corso all’autoaffondamento anche se il segnale convenzionale non dovesse pervenire.

Alle ore 21.00 l’Amm. De Courten è in contatto telefonico con l’Ammiraglio Bergamini a La Spezia e lo informa delle clausole dell’armistizio. Gli fa presente che il sacrificio amarissimo connesso con l’esecuzione leale delle clausole  “…le quali comunque prevedevano il trasferimento in porti anglo-americani ma non l’ammaina bandiera e la consegna delle navi…” avrebbe potuto portare gran giovamento al paese in relazione alla promessa contenuta nel memorandum allegato all’armistizio.

Gli prospetta inoltre l’opportunità di partire al più presto per La Maddalena in modo da sottrarre le Navi alla minaccia tedesca. L’Ammiraglio Bergamini, fortemente turbato, si riserva di radunare gli Ammiragli e i Comandanti dipendenti e di riferire entro un paio di ore. Alle ore 22.00 l’Ammiraglio Bergamini riunisce a rapporto sulla Vittorio Veneto gli Ammiragli e i Comandanti dipendenti.

Nella riunione conferma le istruzioni impartite nel pomeriggio, chiarisce che non sa ancora se verrà dato l’ordine di non muoversi o di partire per la Sardegna o altrove…. Alle ore 23.00 l’Ammiraglio telefona a De Courten per informarlo che la squadra partirà al più presto per la Sardegna con tutte le unità presenti alla Spezia e a Genova, comprese quelle ai lavori in condizione di muovere.

Nel frattempo Supermarina, con fonogramma delle ore 23.45 dell’8 settembre, ordinò al di salpare per La Maddalena. Nella notte, alle ore 2.25 del 9 settembre, la flotta agli ordini dall’ammiraglio Carlo Bergamini, silenziosa e ubbidiente lascia il Golfo di La Spezia diretta a La Maddalena e, passando a Nord di Capo Corso, si riunisce, alle ore 6.30, alla 8^ Divisione incrociatori, partita da Genova.

Affondamento del RomaDestinazione La Maddalena, in Sardegna, dove è previsto anche l’arrivo del Re. Al centro della formazione le tre corazzate, a sinistra e a dritta le due divisioni incrociatori e le due squadriglie di cacciatorpediniere. Alle ore 9.00 la formazione fa rotta per 218°, accosta per rotta Sud, passando a ponente della Corsica.

Alle 10.29 il convoglio viene avvistato da un ricognitore tedesco. Poco dopo le 12.00 la formazione assume la linea di fila con i sei incrociatori in testa e i cacciatorpediniere ai fianchi delle corazzate. L’isola dell’Asinara è già in vista. Una squadriglia di cacciatorpediniere riceve l’ordine di entrare in porto a La Maddalena. Quest’ordine viene tempestivamente modificato alle ore 14.45 da Supermarina che comunica che La Maddalena è stata occupata dai tedeschi.

Il convoglio esegue immediatamente l’inversione. Sono le ore 15.10, al largo dell’Asinara in cielo appaiono, in tre ondate, 15 aerei bombardieri tedeschi decollati dall’aeroporto di Istrés presso Marsiglia. Gli aerei lanciano bombe, le “FX/1400” radiocomandate. Le navi rispondono al fuoco ma inutilmente: gli aerei volano troppo alti per essere colpiti.

Alle ore 15 e 47 la corazzata “Roma” viene centrata due volte. La prima bomba cade tra i due complessi da 90 di dritta, trapassa lo scafo causando una grossa falla e scoppia in mare. L’esplosione sotto lo scafo blocca due delle quattro eliche sistemate a poppa. Una immediata caduta della velocità della nave sotto i 16 nodi. Quattro caldaie poppiere e le relative macchine si allagano.

La seconda bomba colpisce la “Roma” alle 15.52 fra il torrione di comando, vicinissimo al fumaiolo di prora, e la torre n.2 di grosso calibro. La bomba perfora il ponte corazzato, il locale turbodinamo e scoppia nel locale motrice di prora. La nave è ferita a morte La torre 2 è proiettata in mare.

Affondamento del Roma il 9 settembre 1943
La corazzata colpita a morte in fase di affondamento

La corazzata si ferma, sbanda, le fiamme raggiungono il deposito di munizioni di prora, la santabarbara: l’esplosione è terribile. La nave, orgoglio della Marina italiana, con le sue 46000 tonnellate di stazza, si spezza in due e affonda rapidamente trascinando con se 1393 marinai.

Di essi 1193 erano membri dell’equipaggio della nave e 200 del Comando Forze Armate da Battaglia presenti a bordo della Nave Ammiraglia. Fra i morti l’ammiraglio Carlo Bergamini, il contrammiraglio Stanislao Caraciotti, il comandante della nave C.V. Adone Del Cima e ottantacinque ufficiali.

 

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