2^ G.M. Fronte Russo

“Il Savoia ha caricato, il Savoia ha vinto” la carica di Isbuscenskij

Il 24 agosto del 1942, a Isbuscenskij una piccola località in un’ ansa del Don, il colonnello Bettoni Cazzago, comandante del reggimento “Savoia” cavalleria ordinò ai suoi 600 cavalieri di sguainare le spade e attaccare tre agguerriti battaglioni siberiani composti da circa 2.500 uomini. L’episodio viene spesso ricordato come l’ultima carica di cavalleria condotta da unità del Regio Esercito, in realtà l’ultima carica in assoluto, avvenne pochi mesi dopo e precisamente il 17 ottobre 1942 a Poloj, in Croazia, dove il Reggimento “Cavalleggeri di Alessandria” caricò un gruppo di partigiani iugoslavi.

Quel giorno cadeva il 250° compleanno del Reggimento, la cui gloriosa storia era iniziata nel lontano 1692, quando Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, aveva creato due reggimenti, diventati poi cinque, di soldati a cavallo. In passato il reparto si era distinto nel corso della Prima guerra mondiale, prima a Gorizia nel 1916 e successivamente nell’agosto del 1917, dopo la sconfitta di Caporetto.

La storia del Savoia cavalleria in terra di Russia era iniziata nel luglio del 1941 quando Mussolini, saputo dell’attacco sferrato dal Terzo Reich all’Unione Sovietica il 22 giugno, aveva deciso di partecipare alla “crociata antibolscevica” inviando il CSIR, Corpo di Spedizione Italiano in Russia, al comando del futuro Maresciallo d’Italia Giovanni Messe, costituito da due divisioni di fanteria, la Pasubio e la Torino, e una divisione Celere la 3ª “Principe Amedeo Duca d’Aosta”.

Quest’ultima comprendeva due reggimenti di cavalleria, il Savoia e i Lancieri di Novara, reparti di Bersaglieri e le Legione di Camicie Nere “Tagliamento” della Milizia. Il Savoia, che al momento si trovava a Lonigo di ritorno dalla Jugoslavia, dove aveva combattuto nella breve campagna dell’aprile 1941, ricevette le nuove disposizioni come un fulmine a ciel sereno.

La partenza avvenne fra il 20 e il 23 luglio, dalla stazione ferroviaria di Tavernelle Altavilla. Le tradotte che trasportavano gli uomini del primo, del terzo e del quarto squadrone si fermarono a Borsa, in Ungheria, e costoro dovettero attraversare i Carpazi per congiungersi con il resto del Reggimento. Più fortunati furono il secondo squadrone e il comando, che arrivarono direttamente a Botosani, in Romania. Passiamo ora senza dilungarci ancora a trattare l’argomento del post.

Siamo a metà dell’agosto del 1942, le forze dell’Asse hanno lanciato una massiccia offensiva verso Stalingrado e il Caucaso e alle nostre truppe viene affidato il compito di difendere l’ala sinistra dello schieramento dell’Asse, attestandosi a presidio dell’area del Don. I reparti italiani sono ora inquadrati nella nuova 8ª armata nota come ARMIR (Armata Italiana in Russia) che nel frattempo integrato come uno dei suoi 3 corpi di armata il CSIR, ha portato da poco più di 60.000 unità a oltre 2220.000 gli italiani in armi sul fronte russo.

Una massiccia controffensiva sovietica scattò improvvisamente il 20 agosto: i russi passarono il Don e sfondarono il tratto di fronte tenuto dalla Divisione di fanteria Sforzesca. Il raggruppamento truppe a cavallo ricevette quindi l’ordine di contenere l’avanzata nemica, spostandosi nell’area compresa tra i villaggi di Jagodnij e Čebotaresvskij, per prendere sul fianco le truppe sovietiche.

L’incarico viene affidato al tenente Conforti, ma quando i cavalieri cercano di prendere contatto con la fanteria, si rendono conto che l’unico avamposto italiano a tenere è quello detto “Fontanelle”, presidiato da un battaglione di Camicie Nere della Tagliamento. Il reparto pur privato della metà degli effettivi, continuava a tenere con tenacia le posizioni assegnate. La fanteria, mal addestrata e ancor peggio equipaggiata, era totalmente allo sbando.

Subito i cavalleggieri si schierano al fianco delle camicie nere cercando disperatamente di respingere gli assalti nella zona di Fontanelle. La mattina dopo a Conforti fu dato ordine di lasciare al proprio destino gli uomini della Tagliamento, cui fu peraltro dato ordine di non ripiegare, e dirigersi su Tschebotarewskij.

Il 22 agosto si era venuti a sapere che tre divisioni sovietiche cercavano di penetrare nelle vallate dei fiumi Kriuska e Zuzkan. Nel frattempo a Tschebotareswkij le Camicie Nere continuavano a respingere gli attacchi nemici, che ormai avevano perso di vigore, e il giorno seguente, 23 agosto, quando ormai erano arrivati i rinforzi, al Savoia fu dato ordine di pattugliare la zona fra le due valli.

I comandi avevano disposto che il Reggimento occupasse quota 213,5, una sommità presso Isbuscenskij da cui si potevano controllare i movimenti dei sovietici, ma i russi la tenevano costantemente sotto il tiro del mortaio.

“Obiettivo del Savoia Cavalleria- ricorda l’ex sergente Giancarlo Cioffi, classe 1921- comandato dal colonnello Bettoni, era di prendere quota 213,5 di Isbuscenskij, nei pressi di Jagodnij, per impedire che l’ avanzata russa tagliasse le vie di rifornimento all’ alleato tedesco impegnato a Stalingrado.

Durante la notte, tre battaglioni dell’ 812º reggimento di fanteria siberiano composto da circa 2.500 soldati, facente parte della 304ª divisione di fanteria, si erano portati a circa un chilometro dall’accampamento e si erano trincerati in buche, fra i girasoli, formando un ampio semi-cerchio, da nord-ovest a nord-est, e attendevano l’alba per attaccare le truppe italiane.

Per precauzione, il 24 prima di togliere il campo, gli italiani inviarono in avanscoperta una pattuglia a cavallo comandata dal sergente Ernesto Comolli. Fu quasi per caso che un componente della pattuglia, il caporalmaggiore Aristide Bottini, notò un soldato appostato tra i girasoli. Il cavaliere siciliano Petroso, ottimo tiratore, prontamente lo colpì. Improvvisamente i gialli campi furono animati da un rabbioso fuoco di mortai e mitragliatrici, che investiva il quadrato italiano.

“Erano duemilacinquecento uomini della fanteria siberiana, armati di mitragliatrici e mortai da novanta. Delle vere pillole…” ricorda Cioffi.

Il Tenente colonnello Giuseppe Cacciandra, vice comandante del reggimento, fu subito ferito ad una gamba, e così il capitano Renzo Aragone, colpito ad un ginocchio. I cannoni delle batterie a cavallo, del tenente Giubilaro, risposero subito al fuoco, facendo arretrare i sovietici.

Il colonnello Bettoni

Il colonnello Alessandro Bettoni Cazzago

A quel punto il comandante del reggimento, il colonnello Alessandro Bettoni Cazzago accortosi della manovra sovietica, ordinò al secondo Squadrone, comandato dal capitano Francesco Saverio De Leone, di caricare a fondo i sovietici sul fianco.

In realtà, secondo le testimonianze, sembra che in un primo momento volesse caricare con tutto il reggimento, con lo stendardo al vento, ma fu convinto dal proprio aiutante maggiore Pietro de Vito Piscicelli di Collesano a dosare le forze in ragione dell’evolversi della situazione.

Mentre i cavalli scalpitavano, “Caricat!” ordina l’ ufficiale. “Savoia!”, risposero, urlando, gli uomini dello squadrone già lanciati verso la folle carica sulle postazioni russe. Il secondo Squadrone, dopo aver effettuato un’ampia conversione, caricò a ranghi serrati e sciabole sguainate il nemico, lanciando anche raffiche di mitragliatrice e bombe a mano: i sovietici, completamente colti di sorpresa, vennero scompaginati e ripiegarono in disordine.

Rimasto isolato dietro la linea nemica, il secondo Squadrone compiva quindi una seconda carica per rientrare nelle sue linee, aumentando così la confusione nello schieramento sovietico. I russi, in buona parte, si sbandarono, ma comunque ancora tennero il terreno e provocarono sensibili perdite fra le file dei cavalieri italiani.

In quel momento il comandante del Reggimento fece appiedare il quarto Squadrone, comandato dal Capitano Silvano Abba, e lo inviò a impegnare frontalmente il nemico, per alleggerire la pressione sul secondo Squadrone montato. La manovra ebbe momentaneo successo, sebbene il Capitano Silvano Abba venne colpito e ucciso da una raffica di mitra mentre dirigeva eroicamente l’azione (per tale fatto venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria).

Sebbene i russi fossero, in buona parte, quasi allo sbando, alcuni nuclei reggevano ancora a quel punti il Maggiore Dario Manusardi, che si era unito al Secondo squadrone durante la prima carica (avendolo comandato fino a pochi giorni prima, essendo recente la sua promozione al grado superiore), si presentò al comandate di Reggimento Colonnello Bettoni Cazzago sollecitando l’invio di un altro squadrone montato.

Il colonnello Bettoni ordinò la carica anche al terzo Squadrone, comandato dal capitano Francesco Marchio, che era seguito dal Comandante del 2º gruppo squadroni, comandato dal Maggiore Alberto Litta Modignani, e dal personale del suo comando. Litta Modignani morì nella carica, insieme al suo aiutante maggiore, Sottotenente Emilio Ragazzi: entrambi decorati di Medaglia al Valor Militare.

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L’attacco fu violentissimo, lo squadrone irruppe sul campo di battaglia nel mezzo del fronte sovietico, che intensificava la reazione. Il cavallo del Tenente Bruni è colpito e cade. L’ufficiale, allora, trova un animale scosso, lo monta e riprende la carica. A pochi metri dall’ impatto, però, molti sovietici alzavano le mani. Altri fuggivano, altri ancora tentavano una difesa disperata.

Era fatta. Uomini a cavallo avevano sconfitto altri, armati con armi ben più moderne. Il panico provocato dal terreno che vibra di fronte alla carica di uno squadrone di cavalleria e l’ardimento dei cavalieri del “Savoia” avevano portato a una vittoria insperata, incredibile.

Verso le 9:30 il combattimento ebbe definitivamente termine, l’epica battaglia d’altri tempi poteva dirsi conclusa. Tra i fumi e le polveri della battaglia, tra i girasoli, sui campi ricoperti dei cadaveri di uimini e cavalli restavano i corpi senza vita di circa 250 soldati russi. Altri seicento si arresero: la meta’ di loro era stata ferita dalle sciabole.

In tutto, il “Savoia” doveva lamentare 39 caduti, 53 feriti e piu’ di cento cavalli falciati dalle raffiche. Inoltre i nostri ottennero come prede di guerra 4 cannoncini, 10 mortai e una cinquantina tra mitragliatrici ed armi automatiche. Finita la dura battaglia il colonnello Bettoni, telegrafò al Re:

“Il Savoia ha caricato, il Savoia ha vinto”

A Isbuschenskij venne realizzato quello che non era riuscito nel 1939 ai lancieri polacchi e agli sfortunati “Cavalleggeri di Alessandria” e si scrive la pagina migliore della storia pluricentenaria del “Savoia Cavalleria”. L’azione, coraggiosa quanto audace, portò, soprattutto, all’allentamento della pressione dell’offensiva russa sul fronte del Don e consentì il riordino delle posizioni italiane, salvando migliaia di soldati dall’accerchiamento.

La carica di Isbuscenskij ebbe subito una vasta eco: in Italia suscitò vero e proprio entusiasmo, con articoli sulla stampa ed ampie cronache nei cinegiornali Luce; l’azione venne ampiamente sfruttata e ingigantita dalla propaganda del regime, anche se dal punto di vista militare fu un episodio di ridotta importanza. Il commento di alcuni ufficiali tedeschi, che si congratularono con Bettoni dopo lo scontro, fu

«Herr Colonel, noi queste cose non le sappiamo più fare»

il quale, per quanto con intenti elogiativi, era un indiretto riferimento all’arretratezza delle tecniche di guerra italiane.

La divisa e l'elmo del Colonnello Conte Alessandro Bettoni Cazzago, Comandante di Savoia in Russia


La divisa e l’elmo del Colonnello Conte Alessandro Bettoni Cazzago, Comandante di Savoia in Russia

Il reggimento “Savoia Cavalleria” venne insignito della medaglia d’oro allo stendardo, furono concesse due medaglie d’oro alla memoria, due ordini militari di Savoia, 54 medaglie d’argento, 50 medaglie di bronzo, 49 croci di guerra, diverse promozioni per merito di guerra sul campo.

  • Capitano Silvano Abba Medaglia d’Oro al Valor Militare – alla memoria:

“Comandante di squadrone di eccezionale valore, in giornata di cruenta battaglia, mentre altri reparti agivano a cavallo sui fianchi del poderoso schieramento nemico, con il proprio squadrone appiedato si impegnava frontalmente, attaccando munite posizioni avversarie. Conquistata di un balzo in un furioso corpo a corpo una prima linea difesa da numerose mitragliatrici, si lanciava nuovamente alla testa dei suoi cavalieri contro lo schieramento successivo. Ferito una prima volta e stramazzato al suolo, si rialzava con indomita energia e procedeva all’annientamento di ulteriori centri di fuoco nemici, decidendo così l’esito vittorioso di un’epica giornata. Nell’ultimo superbo scatto colpito una seconda volta, a morte, cadeva da prode sul campo. Fulgido esempio di eroismo, e di ogni virtù militare” (quota 213,5 di Jsbuschenskij (fronte russo), 24 agosto 1942.

  • Maggiore Alberto Litta Modignani Medaglia d’Oro al Valor Militare – alla memoria:

“Cavaliere che aveva elevato a norma di vita ogni più duro ideale, esaudito nel suo ardente desideerio di ottenere un comando di truppa, trasfondeva nel gruppo squadroni ai suoi ordini la incrollabile fede che lo animava. In giornata di cruenta, violentissima battaglia, nella quale l’intero Reggimento era duramente impegnato, alla testa dei suoi cavalieri attaccava con indomito slancio il nemico in forze soverchianti. Caduti tutti i componenti il suo seguito, avuto ucciso il proprio cavallo e gravemente ferito egli stesso, con singolare valore si faceva rimettere in sella ad altro cavallo e proseguiva nell’epica carica. Stremato di forze, si abbatteva poi al suolo, ma trovava ancora l’energia per dare ai suoi cavalieri, sciabola alla mano, l’ultimo obiettivo d’attacco e di dirigere il fuoco di un gruppo di appiedati. Una raffica nemica lo colpiva al cuore nel momento in cui le ultime resistenze avversarie cedevano sotto l’impeto degli squadroni, da lui superbamente preparati e guidati. Pura ed espressiva figura di soldato italiano, che indissolubilmente lega all’antico stendardo del Reggimento il proprio nobilissimo nome”. quota 213,5 di Jsbuschenskiy – fronte russo, 24 agosto 1942.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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