1^ G.M. Le battaglie sull'Isonzo

La sesta battaglia dell’Isonzo e la conquista di Gorizia

Il 17 agosto 1916 si concludeva la battaglia che aveva portato il Regno d’Italia alla conquista di Gorizia, obbiettivo fin dalle prime fasi della guerra. Dopo oltre un anno di duri combattimenti, per la prima volta l’Italia poteva gioire. L’entusiasmo coinvolse la popolazione italiana ed i soldati, ma l’avanzamento del fronte di circa cinque chilometri era costato la perdita di circa 100 mila uomini in soli  10 giorni di combattimento!

Si trattava della sesta delle dodici battaglie (alcuni storici parlano di 11 classificando come battaglia a parte quella della disfatta di Caporetto) dell’Isonzo, iniziata il precedente 4 agosto. La precedente quinta battaglia si era spenta in pochi giorni, a causa soprattutto delle condizioni climatiche sfavorevoli, e si era comunque trattato, di una serie di piccoli scontri più che di una vera e propria battaglia.

Dopodiché la calma era tornata sul fronte dell’Isonzo e nei pressi di Gorizia tra i due eserciti e nei mesi successivi si registrarono solo scaramucce. Tuttavia alla vigilia della sesta battaglia il morale delle truppe italiane era alto.

In maggio gli austro-ungarici avevano spostato il fulcro delle operazioni dal Carso al Trentino, lanciando la controffensiva passata alla storia come Strafexpedition, che si traduce dal tedesco in italiano come spedizione punitiva.

L’offensiva sugli altipiani vicentini costrinse Cadorna a spostare mezzo milione di soldati ma l’offensiva imperiale si spense il 27 maggio, senza sensibili spostamenti di fronte, ma anche questa volta con elevatissime perdite umane.

Gli italiani dovettero lamentare 147.730 (15.453 morti, 76.642 feriti e 55.635 fra prigionieri e dispersi), mentre gli austro.ungarici ebbero 82.815 perdite (10.203 morti, 45.651 feriti, 26.961 fra prigionieri e dispersi.

Il fallimento della Strafexpedition austroungarica rialzò il morale degli italiani e sul finire del mese successivo successe un altro fatto molto significativo nell’ambito del primo conflitto mondiale sul fronte italiano.

Strafexpedition

Il 29 giugno del 1916, gli austro-ungarici sferrarono il primo attacco con il gas tossico. Colti nel sonno, nelle linee del Monte San Michele, 2 700 italiani morirono e circa 5 000 rimasero gravemente intossicati. I soldati italiani dell’XI Corpo d’Armata del generale Giorgio Cigliana riuscirono comunque a fermare il nemico, rimediando a ciò che sembrava ormai irrimediabile.

L’uso di un arma così ignobile effettuata dagli eserciti imperiale, unito al fatto che durante la stessa venne fatto grande uso di mazze ferrate per finire i soldati italiani intossicati, aveva notevolmente aumentato la volontà di combattimento e l’odio verso gli austroungarici.

Non appena cessato il pericolo della Strafexpedition e prima ancora di giungere a un assetto soddisfacente sulla linea tra l’Adige e il Brenta, il generale Luigi Cadorna tornò alla sua strategia dominante, l’avanzata verso Trieste. Dal punto di vista politico, il Capo di stato maggiore aveva bisogno di una vittoria.

E l’improvviso spostamento di forze che la Russia aveva imposto all’Impero Danubiano convinse Cadorna che l’Austria avrebbe dovuto, poco o tanto, indebolire anche lo schieramento sul Carso. Capì che era giunto il momento di fare il gran balzo su Gorizia.

Per conquistare la città, Cadorna aveva bisogno di attivare con rapidità due distinte operazioni: il rapito spostamento della massa di manovra trasferita nel Veneto per fronteggiare il pericolo proveniente dagli altipiani e organizzare il nuovo dispositivo contro la formidabile piazzaforte austriaca al di là dell’Isonzo.

Sul Veneto occidentale non disponeva di una fitta rete ferroviaria come quella che serviva la parte orientale, ma la buona rete stradale gli permise di mettere in piedi una agile serie di convogli su autocarri. I movimenti cominciarono il 20 luglio, e una serie sterminata di colonne e colonne di camion Fiat pieni di giovani soldati si susseguì sulle strade sterrate in mezzo alla campagna.

In breve la Seconda e la Terza armata ricevettero uomini, bombarde, batterie, munizioni e rifornimenti di vario genere. Ai primi di agosto i trasporti erano quasi del tutto compiuti e continuarono anche dopo l’avvio della battaglia. Cadorna sapeva che il fattore tempo poteva significare la sconfitta o la vittoria. L’Austria aveva respinto il nemico sul fronte russo e rumeno, ma era ben lontana dalla possibilità strategica e logistica di trasferire nuovamente centinaia di migliaia di soldati dal Cucla all’Adriatico.

Alle 10 di mattina del 4 agosto le artiglierie di due corpi d’armata aprirono il fuoco contemporaneamente sulle linee austriache e continuarono fino alle 4 del pomeriggio. Secondo le disposizioni del Comando supremo, la battaglia si accese sulla destra della III Armata, per attrarre l’attenzione delle forze di Boroevich e distoglierlo dalla difesa di Gorizia.

Stavolta il fuoco italiano fu rapido e preciso, raggiungendo un’intensità mai sperimentata prima. La valanga ininterrotta di ferro e fuoco cadde senza tregua nelle trincee nemiche di Selz, Monte Cosich e davanti all’abitato di Monfalcone, la cui collina prese poi il triste nome di Quota Pelata.

Il 6 agosto 1916, alle ore 7, ebbe inizio il tiro delle artiglierie italiane sull’obbiettivo principale della battaglia, a Tolmino. Per conquistare Gorizia si doveva conquistare il Sabotino. E qui entra in gioco l’allora tenente colonnello Pietro Badoglio.

Prima della battaglia, egli su autorizzazione dello stesso Cadorna,  aveva fatto costruire a ridosso del Sabotino un dedalo di gallerie scavate nella roccia quasi a contatto delle posizioni nemiche. In pratica aveva costruito una vera e propria fortezza d’assalto, come venne chiamata all’epoca. Dunque, quando fu il momento, Badoglio che aveva agli ordini cinque battaglioni riuscì a espugnarne la vetta e a sorpassarla scendendo sulla sponda destra dell’Isonzo sul costone/forcella di San Mauro.

Sul basso Sabotino, invece, gli austriaci resistettero agli sforzi di un’altra colonna italiana, comandata dal generale Gagliani, il quale rimase ferito e dovette cedere il comando al generale De Bono. La quota 188 (presso Lenzuolo Bianco) e la sommità del vicino Podgora rimasero in mano austriache. Oslavia e la sommità del Calvario (q. 184) invece vennero raggiunte e sorpassate dagli italiani.

Il 6 agosto 1916, perse la vita anche un personaggio destinato a entrare nella storia: Enrico Toti., il bersagliere senza una gamba a cui abbiamo dedicato un post proprio il 6 agosto, post che potete trovare al seguente link:

Il sacrificio del bersagliere Enrico Toti, l’eroe in bicicletta

Enrico Toti.jpg

Nella notte sul 7 gli austroungarici contrattaccarono violentemente ottenendo qualche vantaggio ad Oslavia e al Graffemberg (Contado) per poi venir respinti sia sul Sabotino sia sul Calvario. Il mattino del 7 grazie all’afflusso di notevoli rinforzi gli austroungarici passarono al contrattacco.

L’operazione fallì e l’esercito italiano conquistò la Quota 188 e il Dosso del Bosniaco (collocate tra Oslavia e Lenzuolo Bianco) e le trincee della Valle Piumizza (alle pendici a sud del Sabotino). In serata si registrarono resistenze austroungariche ancora sul Podgora, ma la stessa notte il Comando austroungarico ordinò la ritirata sulla sponda sinistra dell’Isonzo. La via per Gorizia era aperta.

Con la conquista del Monte Sabotino a nord-est e del Monte San Michele a sud-ovest, la forte linea difensiva austro-ungarica nei pressi di Gorizia crollò rapidamente. Il Monte Calvario, considerato per oltre un anno come una roccaforte inespugnabile da parte dei soldati italiani, cadde la notte tra il 7 e l’8 agosto. I contrattacchi, anche dopo che arrivarono i primi rinforzi l’11 agosto, non cambiarono le sorti di questa battaglia.

Sulla riva destra dell’Isonzo, si trovava solo un reggimento croato agli ordini del generale Zeidler che ordinò la ritirata ad est della città la mattina dell’8 agosto. Gorizia così rimase priva di difese (ad eccezione di pochi uomini che presidiavano con una mitragliatrice l’unico ponte rimasto ancora sull’Isonzo) e i primi plotoni della Brigata Pavia cominciarono a raggiungere la riva sinistra del fiume.

In quello stesso 8 agosto 1916 un giovane sottoufficiale del 28º fanteria Pavia, Aurelio Baruzzi, ebbe il permesso di attraversare a nuoto le acque dell’Isonzo portando con sé una bandiera italiana. Raggiunta l’altra sponda, Baruzzi dopo pochi minuti issò la bandiera nei pressi della stazione ferroviaria decretando la conquista di Gorizia da parte dell’esercito italiano.

La brigata Pavia faceva parte della dodicesima divisione comandata dal generale Fortunato Marazzi, che per questa vittoria e altri meriti di guerra fu insignito della Croce di Savoia e a Baruzzi, venne concessa la medaglia d’oro al V.M.

Un reparto di cavballeria italiana entra a Gorizia

Un reparto di cavalleria italiana entra a Gorizia

Si trattava della prima tangibile vittoria ottenuta dopo quasi 15 mesi di guerra. Mai come allora l’esercito austro-ungarico sembrava in difficoltà: il Comando Supremo, entusiasta per la vittoria, ordinò di continuare l’attacco per raggiungere anche la seconda linea difensiva alle spalle della città.

Ma Borojevic, sapendo che non sarebbe riuscito a mantenere la città isontina, aveva già ordinato la ritirata più ad est, su una vallata in direzione nord-sud chiamata Vallone. Furono così abbandonate posizioni importanti del Carso occidentale come il Monte Sei Busi, la zona di Doberdò del Lago ed il Monte Cosich, a nord di Monfalcone.

Dopo la presa di Gorizia sostanzialmetne successe ben poco. I problemi di un’avanzata ai tempi della Grande Guerra erano legati alla difficoltà di portare avanti anche le artiglierie, primo perché gli stessi bombardamenti avevano distrutto strutture e infrastrutture, secondo perché si correva sempre il rischio di perderle in un possibile contrattacco nemico.

A Cadorna fu chiaro fin da subito che qualsiasi passo oltre Gorizia avrebbe preteso la progettazione di una nuova campagna. Furono messe insieme alla meglio delle forze in grado di incalzare il nemico, per la precisione 16 squadroni di cavalleria appartenenti a varie unità disomogenee.

La sola operazione di rendere organica la forza raggruppata richiese troppo tempo, consentendo al nemico di trasformare la rotta in una difesa passiva prima e attiva poi.
Quando gli squadroni di cavalleria entrarono in Gorizia, gli austriaci si erano assestati in una nuova linea di difesa.

Nella giornata dell’11 agosto le truppe italiane passarono il Vallone, riprendendo contatto con l’avversario e il mattino del 12 passarono all’attacco sul Carso, e la 23ª Divisione si impadronì di Sopra Bosco/quota 212, mentre la Brigata Regina entrava nell’abitato di Opacchiasella.

Quando arrivarono le artiglierie, ormai tutto era da riprogettare. La presa di Gorizia aveva esposto le truppe che l’avevano occupata in condizioni quanto mai pericolose. Per questo Cadorna si affrettò a disporre nuovi consistenti movimenti di truppe il giorno 14, con l’intervento di ben quattro Corpi d’Armata.

Basilare in quel momento era consolidare la conquista di Gorizia, che non era cosa da poco. La sesta battaglia dell’Isonzo si chiuse ufficialmente il 17 agosto 1916 e come detto per la prima volta l’Italia poteva vantare un successo di un certo peso.

Il prezzo pagato in termini di perdite umane fu terribilmente troppo alto. L’Italia aveva perso – tra morti e feriti – 51.234 uomini, di cui 1.759 ufficiali. L’Austria 40.147 uomini, di cui 862 ufficiali.

Cadorna aveva consolidato la sua leadership, l’umore delle truppe italiane era salito alle stelle, mentre l’ Impero entrò in crisi. Il comando supremo Conrad si trovò costretto a trasferire battaglioni svincolandoli dal Trentino, che peraltro doveva inviare sul fronte russo.

Rovine di San Martino del Carso.jpg

Fu in occasione della Sesta Battaglia dell’Isonzo che Giuseppe Ungaretti scrisse la poesia che divenne simbolo poetico dell’assurdità della Grande Guerra: San Martino del Carso, ispirategli dalle macerie del martoriato paese.

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

è il mio cuore
il paese più straziato

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

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