2^ G.M. I Carabinieri Reali

I carabinieri martiri di Fiesole

L’11 agosto è fissato convenzionalmente dalla storia dell’Italia partigiana come la data della liberazione di Firenze. La storia è tuttavia leggermente diversa, perché se era vero che la città era stata abbandonata qualche giorno prima dalle truppe tedesche e dalle formazioni della Repubblica Sociale, i tedeschi continuarono a stazionare sulle colline sopra Firenze per molti altri giorni.

Inoltre in città le formazioni partigiane comandante dagli alleati di occupare la città erano impegnate in duri scontri con i Franchi tiratori fiorentina, formazione di fascisti locali organizzati da Alessantro Pavolini, la città era tutt’altro che liberata.

Per chi volesse approfondire l’argomento mettiamo il link al nostro post che tratta dell’argomento:

I franchi tiratori fiorentini

Il 12 agosto si consuma nella zona di Fiesole, nella zona collinare sopra la città  la tragedia, dei carabinieri della locale stazione, portata alla ribalda da una Fiction Rai “A testa alta. I martiri di Fiesole”. La frase “a testa alta” riprende le parole pronunciate pochi istanti prima della fucilazione dal più alto in grado dei carabinieri condannati.

Uno scena della fiction.jpg

Qui il vice brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Amico, comandante della Stazione, era il capo della Resistenza locale: guidava una delle otto squadre d’azione di una brigata impegnate nella zona Marte-San Domenico, di cui faceva parte Fiesole. Con lui operavano i carabinieri Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti, Alberto La Rocca, Pasquale Ciofini e Sebastiano Pandolfo.

La Stazione dell’Arma svolgeva nell’area di Fiesole una intensa azione di guerriglia con una continua attività informativa e di collegamento, assicurava la copertura dei partigiani operanti e nascondeva gli ex prigionieri alleati.

Il 27 luglio, mediante una comunicazione radio clandestina in codice, al vice brigadiere Amico fu preannunciato l’arrivo di un plico con ordini operativi a mezzo di una staffetta, la quale avrebbe portato con sé un altro messaggio da consegnare al Comando della Brigata partigiana Rosselli numero 2.

I carabinieri della Stazione di Fiesole avrebbero dovuto assicurare adeguata copertura alla staffetta per farla proseguire verso la frazione di San Clemente, dove un partigiano avrebbe rilevato il secondo documento per portarlo a Monte Giovi, sede del Comando della Brigata. La sera del 28 luglio la staffetta giunse alla Stazione Carabinieri di Fiesole. Si trattava del partigiano Rolando Lunari, di 19 anni, noto col nome di battaglia Bomba.

Consegnato il messaggio al vice brigadiere Amico, il giorno successivo si rimise in marcia, accompagnato dai carabinieri Pandolfo, Sbarretti e Ciofini. Davanti alla chiesa di San Clemente, Pandolfo e Lunari furono intercettati da una pattuglia della Wehrmacht

Nello scontro a fuoco che ne seguì un tedesco fu ucciso, il carabiniere Sebastiano Pandolfo (Medaglia d’Argento al Valor Militare) e il civile furono feriti e vennero  catturati, mentre due altri carabinieri riuscirono a fuggire. Il 30 luglio, alle prime luci dell’alba, le SS fucilarono il carabiniere Pandolfo. Il giorno successivo la stessa sorte toccò a Lunari.

Il vice brigadiere Amico fu convocato al Comando tedesco. Alle contestazioni mosse dell’ufficiale tedesco, il vice brigadiere Amico sostenne di non sapere nulla dell’attività partigiana del carabiniere Pandolfo, asserendo che il militare si era arbitrariamente allontanato dal reparto qualche giorno prima.

Il 5 agosto Hiesserich avviò un piano di deportazioni. Il vice brigadiere Amico ebbe sentore che i tedeschi stessero per procedere all’arresto del carabiniere Ciofini, sospettato di aver preso parte al conflitto a fuoco nei pressi della chiesa di San Clemente, lo allontanò dal reparto inviandolo ad unirsi alle unità clandestine di Firenze. Qui il carabiniere Ciofini continuò ad adoperarsi attivamente nella lotta partigiana.

Ma il 6 agosto i nazisti arrestarono lo stesso vice brigadiere Amico conducendolo, con gli altri civili, al Passo del Giogo, sulla Linea gotica. Lo stato di emergenza fu proclamato dappertutto. A Fiesole un bando del Comando germanico ordinò l’immediata presentazione di tutti gli uomini dai 17 ai 45 anni. La pena per i renitenti era la fucilazione immediata.

Quelli che si presentarono furono destinati allo scavo di trincee, altri preferirono nascondersi o fuggire, disperdendosi nella valle del Mugnone nel tentativo di raggiungere il fronte o di unirsi ai combattenti partigiani. I carabinieri, malgrado l’arresto del vice brigadiere Amico, continuarono a svolgere regolare servizio, non trascurando la loro attività clandestina.

Il 10 agosto, fra i civili che si erano presentati alcuni giorni prima, i nazisti ne scelsero a caso dieci che furono rinchiusi in un sottoscala di un albergo dove aveva sede un posto di blocco nazista. Sui muri delle case i tedeschi affissero un altro bando, con il quale si annunciava alla popolazione che i dieci prigionieri sarebbero stati passati per le armi nel caso in cui si fossero verificati attentati.

Dal passo del Giogo, intanto, il vice brigadiere Amico riuscì a fuggire e a congiungersi con i partigiani della divisione Giustizia e Libertà e cosi fecero anche i tre carabinieri protagonisti degli episodi di pochi giorni dopo.

Quando il tenente Hiesserich venne a sapere della loro scomparsa, annunciò che i dieci ostaggi sarebbero stati giustiziati, se i carabinieri non si fossero consegnati. Alle 14, del 12 agosto, essi  furono contattati da monsignor Turini e dal segretario comunale Orietti . I tre giovani Carabinieri, non ebbero dubbi su cosa fare.

Illustrazione dell'epoca con i carabinieri che si presentano al comando tedesco

In un illustrazione i carabinieri si presentano al comando tedesco

La decisione spettava solo a loro e non si può dire che dovevano per forza cedere al ricatto della rappresaglia, ad esempio, gli autori dell’attentato di Via Rasella a Roma, sul cui onore ci sarebbe molto da discutere, non lo fecero e ciò dette luogo al massacro delle fosse Ardeatine.

Il  12 agosto 1944, Alberto La Rocca, Fulvio Sbarretti e Vittorio Marandola si presentarono spontaneamente al Comando tedesco e affrontarono la morte,  salvando in questo modo la vita di dieci innocenti e affidando alla storia un esempio di eroismo e di fedeltà alla propria missione.

Nel novembre del 1986, papa Giovanni Paolo II pregò ai piedi del monumento che ricordava l’episodio e disse: «Dobbiamo grande riconoscenza a coloro che, come questi giovani, sanno offrire la propria vita per la libertà, per la pace e per la giustizia.

Alla memoria dei tre carabinieri è stata concessa la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria:

«Durante la dominazione nazifascista, teneva salda la tradizione di fedeltà alla Patria, prodigandosi nel servizio ad esclusivo vantaggio della popolazione e partecipando con grave rischio personale all’attività del fronte clandestino. Pochi giorni prima della liberazione, mentre già al sicuro dalle ricerche dei tedeschi, si accingeva ad attraversare la linea di combattimento per unirsi ai patrioti, veniva informato che il Comando germanico aveva deciso di fucilare dieci ostaggi nel caso che egli non si fosse presentato al comando stesso entro poche ore. Pienamente consapevole della sorte che lo attendeva, serenamente e senza titubanze la subiva perché dieci innocenti avessero salva la vita. Poco dopo affrontava con stoicismo il plotone di esecuzione tedesco e, al grido di « Viva l’Italia! », pagava con la sua vita il sublime atto d’altruismo. Nobile esempio di insuperabili virtù militari e civili.» Fiesole, 12 agosto 1944

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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