1^ G.M. Le imprese di D'Annunzio

“Se non arriverò su Vienna, io non tornerò indietro. Se non arriverete su Vienna, voi non tornerete indietro…”

«Zona di guerra, 9 agosto 1918. Una pattuglia di otto apparecchi nazionali, un biposto e sette monoposti, al comando del maggiore D’Annunzio, ha eseguito stamane un brillante raid su Vienna, compiendo un percorso complessivo di circa 1.000 chilometri, dei quali oltre 800 su territorio nemico. I nostri aerei, partiti alle ore 5:50, dopo aver superato non lievi difficoltà atmosferiche, raggiungevano alle ore 9:20 la città di Vienna, su cui si abbassavano a quota inferiore agli 800 metri, lanciando parecchie migliaia di manifesti.

Sulle vie della città era chiaramente visibile l’agglomeramento della popolazione.

I nostri apparecchi, che non vennero fatti segno ad alcuna reazione da parte del nemico, al ritorno volarono su Wiener-Neustadt, Graz, Lubiana e Trieste. La pattuglia partì compatta, si mantenne in ordine serrato lungo tutto il percorso e rientrò al campo di aviazione alle 12:40.

Manca un solo nostro apparecchio che, per un guasto al motore, sembra sia stato costretto ad atterrare nelle vicinanze di Wiener-Neustadt.»

Questo fu il comunicato del Comando Supremo italiano che informava la nazione dell’avvenuta missione aerea del poeta soldato Gabriel D’Annunzio, che dopo aver percorso in sette ore e dieci minuti mille chilometri, e oltre ottocento su territorio austriaco a sfida di ogni avversità balistica ed aerea, faceva vittorioso rientro nelle nostre basi.Vediamo di cosa si trattò con precisione.

D’Annunzio passando da ufficiale da un corpo all’altro del Regio Esercito era ormai diventato una figura intoccabile, circondata da un’aura di leggenda: il “Vate degli italiani”, cercava di organizzare questa per l’appunto. Era stato uno dei volti principali della propaganda interventista, e durante la guerra aveva organizzato e portato a termine una serie di operazioni militari strategicamente irrilevanti, ma spettacolari e in certi casi molto utili dal punto di vista dell’influenza morale.

Nel 1915 aveva già lanciato dei volantini propagandistici su Trieste, mentre nel 1916 aveva perso un occhio dopo un incidente aereo. Nel febbraio del 1918, poi, partì da Ancona a bordo di un motoscafo MAS e fece un’incursione nella baia di Cattaro, nell’ attuale Montenegro, fallendo nell’ obiettivo di distruggere le navi austroungariche ma svelando la debolezza delle difese marittime dell’Impero. Dalla metà del 1917 pensava e studiava per portare a termine la sua missione forse più memorabile.

Si trattava di volare su Vienna, la capitale dell’Impero Austro-ungarico, per distribuire volantini di propaganda. Era però un piano che presentava dei notevoli problemi pratici: un volo fino alla capitale austriaca richiedeva diverse ore tra andata e ritorno, e prevedeva di sorvolare le Alpi, due grossi ostacoli per gli aeroplani dell’epoca. C’era poi il fatto che D’Annunzio era piuttosto malridotto, e difficilmente avrebbe potuto comandare un aereo, con il rischio che finisse inoltre catturato dai nemici.

Il “Vate” non si arrese e riuscì a conquistare i favori del generale Pietro Badoglio, che convinse il capo di Stato Maggiore dell’esercito che se fosse riuscito il volo su Vienna avrebbe portato concreti vantaggi dal punto di vista propagandistico nei confronti delle potenze straniere, come anticipo dell’attacco militare che da tempo si aspettava da parte degli italiani. Vennero così iniziati i preparativi e portati a termine due tentativi falliti, che portarono la missione a un passo da essere annullata

Un primo tentativo venne compiuto il 2 agosto, ma a causa della nebbia incontrata sulle Alpi ed in Pianura Padana i tredici apparecchi che vi parteciparono dovettero rinunciare all’impresa; sette velivoli riuscirono a ritornare alla base, mentre altri furono costretti ad atterrare in campi diversi e tre aerei risultarono perfino inutilizzabili. Un ulteriore, secondo tentativo si compì l’8 agosto, ma il vento contrario mandò a monte l’impresa anche questa volta.

D’Annunzio, tuttavia, riuscì a vincere le resistenze dei Comandi militari e ottenere che un ulteriore e probabilmente ultimo tentativo si effettuasse il giorno successivo, anche per sfruttare al massimo l’«effetto sorpresa», già parzialmente compromesso avendo uno dei piloti scaricato un ingente carico di volantini in territorio austriaco per alleggerire il carico del velivolo. D’Annunzio a cui era stato ordinato di non proseguire se nella rotta lo stormo si fosse ridotto a meno di cinque SVA, all’alba del 9 agosto convocò nell’hangar i piloti più fidati: Natale Palli, Antonio Locatelli, Gino Allegri, Aldo Finzi, Piero Massoni, Giuseppe Sarti, Ludovico Censi e Giordano Granzarolo.

Per chi fosse interessato abbiamo dedicato al maggiore pilota Antonio Locatelli, l’unico militare italiano decorato con tre Medaglie d’Oro al Valor Militare, l’ultima delle quali alla memoria, un interessante post. Tornado al nostro post odierno, D’Annunzio legò i piloto convocati a un solenne giuramento:

«Se non arriverò su Vienna, io non tornerò indietro. Se non arriverete su Vienna, voi non tornerete indietro. Questo è il mio comando. Questo è il vostro giuramento. I motori sono in moto. Bisogna andare. Ma io vi assicuro che arriveremo. Anche attraverso l’inferno. Alalà!».

Finalmente, alle ore 05:30 del 9 agosto, undici agili apparecchi della squadriglia “Serenissima” comandata dal maggiore Gabriele D’Annunzio e dal capitano Natale Palli, si levavano in volo dal campo di aviazione di San Pelagio nelle immediate vicinanze di Padova. I velivoli del sottotenente Francesco Ferrarin, Masprone e del sottotenente Vincenzo Contratti subirono avarie, pertanto dovettero atterrare appena partiti; il tenente Giuseppe Sarti, invece, fu costretto ad atterrare per noie al motore, posandosi sul campo di Wiener Neustadt ed incendiando il velivolo prima di esser fatto prigioniero da alcuni ufficiali austriaci.

I sette aerei superstiti, invece, proseguirono il proprio volo verso la capitale austriaca, organizzati a cuneo e guidati dai seguenti piloti: il capitano Natale Palli e il maggiore Gabriele D’Annunzio; il tenente Ludovico Censi; il tenente Aldo Finzi; il tenente Giordano Bruno Granzarolo; il tenente Antonio Locatelli; il tenente Pietro Massoni; il sottotenente Girolamo Allegri detto «Fra’ Ginepro» per la folta barba.

Dopo aver sorvolato la valle della Drava, i monti della Carinzia, e infine le città di Reichenfels, Kapfenberg e Neuberg, senza nessun agguato dall’aviazione austriaca, la formazione giunse su Vienna in gruppo compatto alle 9:20. Da notare che due caccia austriaci che avevano avvistato la formazione si affrettarono ad atterrare per avvertire il comando, ma non furono creduti. Grazie alla limpidezza del cielo, lo stormo poté abbassarsi a una quota inferiore agli 800 metri e lanciare 50 000 copie di un manifestino in italiano preparato da D’Annunzio che recitava:

«In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge.
Il destino si volge. Si volge verso di noi con una certezza di ferro. È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta.
La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina e predominerà sino alla fine. I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebbrezza che moltiplica l’impeto. Ma, se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno. L’Atlantico è una via che già si chiude; ed è una via eroica, come dimostrano i nuovissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco.
Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremmo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo.
Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino.
Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi.
Viva l’Italia!»

Il centro di Vienna invaso dai volantini lanciati da D'Annunzio

Oltre ad esso furono lanciate anche 350 000 copie di un secondo, più pratico quanto efficace, manifestino scritto da Ugo Ojetti e tradotto in tedesco:

VIENNESI!
Imparate a conoscere gli italiani.
Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà.
Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne.
Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni.

VIENNESI!
Voi avete fama di essere intelligenti. Ma perché vi siete messi l’uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il mondo s’è volto contro di voi.
Volete continuare la guerra? Continuatela, è il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola.
POPOLO DI VIENNA, pensa ai tuoi casi. Svegliati!
VIVA LA LIBERTÀ!
VIVA L’ITALIA!
VIVA L’INTESA!

Uno dei due volantini lanciati su Vienna

Dopo aver sganciato i manifestini lo stormo prese la via del ritorno, scegliendo un percorso diverso da quello intrapreso all’andata per scongiurare il verificarsi di attacchi della contraerea. Dopo aver valicato le Alpi, la formazione aerea sorvolò Lubiana, Trieste e Venezia, dove D’Annunzio scelse di far cadere un messaggio augurale per comunicare all’ammiraglio e al sindaco il felice esito dell’impresa; alle 12:40, infine, gli aerei atterrarono nel campo base a San Pelagio.

Anche D’Annunzio, esultante per il buon esito della sua impresa, inviò alla Gazzetta del Popolo di Torino il seguente telegramma:

«Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano. Fra tutte le nostre ore storiche, questa è veramente la più alta…Solo oggi l’Italia è grande, perché solo oggi l’Italia è pura fra tante bassezze di odii, di baratti, di menzogne».

Il volo su Vienna, pur essendo stato militarmente inoffensivo, ebbe una vastissima eco morale, psicologica e propagandistica sia in Italia che all’estero, e compromise sensibilmente l’opinione pubblica dell’Impero asburgico. La stessa stampa austriaca accolse favorevolmente l’«incursione inerme» (così fu definita) degli aerei italiani a Vienna: analogamente, il Frankfurter Zeitung condusse una critica aspra e virulenta «non contro gl’Italiani, ma contro le autorità, a cui i Viennesi devono gratitudine per la visita degli aviatori.

La popolazione non fu avvisata prima, e non fu dato l’allarme quando gli aviatori arrivarono. Non occorre dire quale catastrofe poteva accadere se, invece di proclami, avessero gettato bombe. Non si comprende come abbiano varcato centinaia di chilometri senza essere avvistati dalle stazioni di osservazione austriache». L’Arbeiter Zeitung, invece, si pose una domanda, destinata a rimanere senza risposta:

«Dove sono i nostri D’Annunzio?
D’Annunzio, che noi ritenevamo un uomo gonfio di presunzione, l’oratore pagato per la propaganda di guerra grande stile, ha dimostrato d’essere un uomo all’altezza del compito e un bravissimo ufficiale aviatore. Il difficile e faticoso volo da lui eseguito, nella sua non più giovane età, dimostra a sufficienza il valore del Poeta italiano che a noi certo non piace dipingere come un commediante.
E i nostri D’Annunzio, dove sono?
Anche tra noi si contano in gran numero quelli che allo scoppiar della guerra declamarono enfatiche poesie. Però nessuno di loro ha il coraggio di fare l’aviatore!»

(Arbeiter Zeitung)

Tra le varie anime dell’Impero austro-ungarico, che univa diverse nazionalità, si sviluppò un diffuso malcontento verso il potere centrale, che provocò spinte indipendentiste. L’impressione in Italia, il paese che più degli altri era impegnato direttamente contro gli austriaci, era che mancasse poco all’inesorabile declino della potenza asburgica e alla conseguente resa.

Lo SVA di D'Annunzio conservato al Vittoriale

Lo SVA biposto con cui D’Annunzio volò sopra la capitale asburgica è perfettamente conservato presso la casa museo del poeta eretta dal 1921 al 1938 a Gardone Riviera nota come “Vittoriale degli Italiani” Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

1 risposta »

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.