Il Colonnello Carlo Croce, e il gruppo “Cinque giornate”

Carlo Croce nasce a Milano il 15 aprile 1892, si arruola nel Regio Esercito, come soldato di leva, nel Distretto di Milano, dal quale viene congedato il 4 giugno 1912, ma subito richiamato in servizio attivo il 5 agosto dello stesso anno., ed assegnato al 5º Reggimento bersaglieri. Promosso caporale, fece carriera rapidamente, promosso caporale maggiore (5 dicembre 1913), e sergente (31 ottobre 1914), il 25 ottobre del 1915 diviene Aspirante ufficiale, ed è promosso sottotenente di complemento il 17 dicembre successivo, in forza al 7º Reggimento bersaglieri.

Tenente dal 29 dicembre 1916, diviene capitano il 1 agosto 1918, prestando poi servizio nel 22°, 12° ed ancora al 7º Reggimento bersaglieri. Congedato il 9 aprile 1920, si stabilisce a Milano avviando l’attività di industriale nel settore delle carrozzelle per disabili. Promosso 1º capitano il 26 dicembre 1930, diviene maggiore il 22 febbraio 1939.

Richiamato in servizio attivo nel corso del 1942, il 13 giugno dello stesso anno parte per il fronte orientale al seguito del CSIR, venendo promosso tenente colonnello il 23 marzo 1943, e rientrando in Patria nel corso dello stesso anno. Colonnello di complemento all’atto dell’armistizio dell’8 settembre 1943 Croce assistette allo sfacelo del Regio Esercito lasciato senza ordini.

Se rese subito conto che il proclama del Maresciallo Badoglio di fatto apriva le porte all’occupazione dell’Italia da parte dei tedeschi, di cui aveva già potuto constatare la ferocia sul fronte orientale. Il reparto che presiedeva era formato da due battaglioni di avieri ancora da addestrare, più alcuni fanti (ufficiali e truppa). Per i primi giorni successivi all’armistizio questi rimasero intorno al comandante, ma con il precipitare degli eventi la truppa cominciò a sfaldarsi.

Decise allora di spostarsi nelle fortificazioni della Frontiera Nord che sorgevano presso Cascina Fiorini, risalenti alla prima guerra mondiale che si trovavano in stato di abbandono. Poiché il presidio non aveva armi né munizioni a disposizione, Croce dovette procurarsele facendole prelevare dalle caserme delle vicine Luino e Laveno, oppure ottenendole dai militari sbandati si trattava per lo più di moschetti 91 insieme a poche armi automatiche e pistole, con una buona quantità di bombe a mano e circa diecimila munizioni sciolte.

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Le disposizioni da accettare per assere accolti nel gruppo “Cinque Giornate”

Tutto questo materiale fu trasferito al Quartier generale nella ex caserma “Luigi Cadorna” di Vallalta di San Martino, dove Croce stabili la sede del comando, su camion militari e automezzi civili requisiti. L’impegno successivo fu di dare un nome al reparto, che fu battezzato ufficialmente Esercito Italiano-Gruppo Militare “Cinque Giornate” Monte San Martino di Vallata Varese. Croce ormai soprannominato colonnello “Giustizia”, ribattezzò il San Martino “ Zona d’Onore”.

Nel frattempo, benché gran parte dei soldati avesse tentato il ritorno a casa, la formazione fu poi rimpolpata dall’afflusso di altri ex-sbandati intenzionati a prendere le armi contro i tedeschi: non solo italiani (militari e civili) ma anche prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento, fino a raggiungere la consistenza di 170 unità tanto che il 22 ottobre 1943 il gruppo venne diviso in tre compagnie.

Inizialmente le azioni del gruppo “Cinque Giornate” si limitarono all’irrobustimento delle fortificazioni e delle postazioni, allo scavo di fossati e trincee, alle “puntate” a valle per il rifornimento di viveri e alla sorveglianza delle strade vicine. Da notare è il fatto che Croce organizzò la formazione come un vero e proprio reparto del Regio Esercito, avendo in mente una linea “attendista” e non una guerra mobile che si avvaleva della conoscenza del terreno: l’esatto contrario della tattica che in seguito sarebbe stata adottata dalle formazioni partigiana.

A nulla servì il tentativo di un rappresentante del CLNAI di convincere Croce a suddividere i suoi uomini in gruppi di minore consistenza, ma più agili e adatti alla guerriglia, che avrebbero prolungato la sopravvivenza della formazione aumentandone anche l’efficacia. Inoltre la scarsa segretezza che contraddistingueva il reparto, da notare che gli appartenenti allo stesso, avevano regolari carte di identità militari con tanto di fotografia,  lo rese facilmente infiltrabile dallo spionaggio nemico, così che non fu difficile raccogliere informazioni sulla consistenza e sui punti deboli del Gruppo.

Colonnello Carlo Croce Tessera Gruppo Conque Giornate

Per le prime settimane il “Cinque Giornate” non sembrò preoccupare troppo i tedeschi, ma con l’avanzare dell’inverno si temette che la formazione “ribelle” potesse costituire un intralcio nel controllo del territorio, per cui il 13 novembre fu proclamato lo stato d’assedio e il giorno seguente tutti gli uomini dai 15 ai 65 anni furono rastrellati dai paesi siti ai piedi delle montagne e rinchiusi negli edifici pubblici o nelle chiese.

Il 14 novembre 1943 i tedeschi lanciarono un massiccio attacco contro le fortificazioni del San Martino: anche se largamente inferiori di numero, gli uomini di Croce riuscirono a tenere testa a ben duemila soldati della Wehrmacht. Dopo la battaglia, il 16 Novembre, parte con 42 uomini superstiti e raggiunge la Svizzera dove viene trasferito al campo di internamento di Buren.

Qui ha modo di dare un giudizio negativo riguardo le operazioni partigiane e per questo motivo nascono delle incomprensioni con i suoi uomini che porteranno alla nascita di due gruppi distinti. Riesce a instaurare comunicazioni con i partigiani italiani, con i Servizi segreti francesi, il Servizio svizzero della frontiera, la Legazione Militare Italiana, esponenti del Servizio informazioni inglese, Office of Strategic Services (americani che aiutano il rientro degli italiani pronti a lottare contro i fascisti).

In questo periodo progetta di far entrare in Italia, e più precisamente in Valtellina, 500 uomini dalla Svizzera. Con l’amico Alessi (comandante dei carabinieri di Sondrio) pianifica una strutturazione dei gruppi che si sono formati in Valtellina, questo progetto viene definito “Operazione Valtellina”. Nel 1944 esce clandestinamente dalla Svizzera per incontrare altri partigiani e programmare il rientro clandestino di molti esuli.

In Valtellina avviene l’incontro ma sorge il sospetto di essere spiati, infatti la casa dove soggiorna Croce viene circondata dalle SS. L’incontro quindi si interrompe e il colonnello torna in Svizzera. Nei mesi successivi si continuano a disporre nuovi progetti e programmi e il colonnello intanto cerca adesioni per un nuovo progetto di rimpatrio ma allo stesso tempo viene scoperto un giro di spie all’interno del gruppo.

Croce lascia la Svizzera con don Mario Limonta tramite ferrovia, ad una fermata il prete dimentica un pacco e perciò chiede al conduttore del treno di farlo recuperare e spedirlo ad un indirizzo di Poschiavo, questo insospettisce i gendarmi svizzeri che sottopongono il sacerdote ad un controllo con esito negativo. Poco dopo però viene arrestato dalla polizia militare ma Croce, riesce a sfuggire all’arresto ed a rifugiarsi in Valtellina.

Alcuni contatti del colonnello programmano il suo rientro e inviano dei mitra, ma non sono sicuri che questi siano stati ricevuti. Croce si dirige allora con un gruppo fuoriusciti al Painale. Il gruppo però viene intercettato e durante il fermo intimato dai fascisti Croce viene colpito dal caporale Vedovatti, ferita a un braccio che gli venne amputato. Il ferito rimane all’interno di una baita finchè un altro gruppo di militi lo trasporterà all’ospedale di Sondrio sotto il falso nome di Carlo Francesco Montuoro.

Gli altri partigiani vengono trasferiti dalla prigione di Sondrio al carcere di Milano e di questa cattura viene informato direttamente Benito Mussolini. Croce nonostante le proprie condizioni critiche cercò di rimanere in ospedale il più possibile così da organizzare una nuova fuga o prendere contatti con altre persone della Resistenza. I capi tedeschi intuirono il pensiero di Croce e trasferirono il comandante da Sondrio a Bergamo.

Durante il trasporto, il comandante chiese il perdono per chi l’aveva ferito a morte Arrivato all’ospedale militare della Clementina venne chiamato il cappellano militare don Matanza il quale darà l’estrema unzione al comandante che spirerò il 24 luglio del 1943. Lo stesso sacerdote celebrerà il funerale nel cimitero di Bergamo contro il volere dei tedeschi.

La signora Croce viene a conoscenza della sepoltura del marito grazie al maresciallo dei carabinieri Giovanni Rossi che lavorava presso il Comando tedesco e nonostante il rischio di essere arrestata, continuò a visitare la salma del marito. Il corpo del comandante verrà recuperato, dopo la Liberazione, da alcuni familiari che trasferirono il corpo a Milano nonostante l’opposizione degli americani. La salma verrà poi sepolta al San Martino insieme a quelle dei suoi compagni.

Il colonnello è stato insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria con la seguente motivazione:

«Comandante di distaccamento del terzo reggimento bersaglieri a Porto Val Travaglia, con i suoi soldati e con alcuni patrioti organizzava, dopo l’armistizio, la resistenza all’invasore tedesco mantenendo le posizioni fortificate di San Martino di Vallalta. Più volte rifiutate le offerte del nemico, il 13 novembre 1943, con soli 180 uomini, sosteneva per quattro giorni di furiosa lotta l’attacco di 3000 tedeschi, infliggendo gravi perdite, abbattendo un aereo, distruggendo alcune autoblinde incappate su campo minato. Ferito e serrato senza apparente via di scampo, con ardita azione, sì apriva la strada fino al confine svizzero, trasportando gli invalidi e ritirandosi per ultimo dopo aver fatto saltare il forte. Insofferente di inazione e dopo un primo fallito tentativo di rientrare in Italia, varcava nuovamente il confine con sei compagni. Attorniato da nemici e gravemente ferito ad un braccio cadeva prigioniero. Prelevato dalle SS. dall’ospedale di Sondrio, poche ore dopo di avere subita l’amputazione del braccio destro, veniva barbaramente torturato senza che gli aguzzini altro potessero cavargli di bocca se non le parole: « Il mio nome è l’Italia ». Salvava con il silenzio i compagni, ma, portato irriconoscibile all’ospedale di Bergamo, chiudeva nobilmente poche ore dopo la sua fiera vita di soldato»
— Bergamo, 24 luglio 1944

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