13 luglio 1941 Insurrezione generale del Montenegro

Continua la sollevazione montenegrina…se non avesse un profondo, amaro significato, sarebbe grottesco: è in atto una guerra tra l’Italia e il Montenegro »

(Annotazione di Galeazzo Ciano in data 17 luglio 1941)

Abbiamo visto nel nostro post di pochi giorni fa, come a seguito delle sconfitta militare del Regno di Jugoslavia lo stesso venga poi smembrato fra le potenze dell’Asse. Al Regno d’Italia vennero annessi numerosi territori fra cui la zona delle bocche di Cattaro situate in Montenegro che entrarono a fare parte del Governatorato della Dalmazia.

Dopo l’annessione si poneva il problema di come organizzare il resto del territorio montenegrino. Due erano le soluzioni percorribili, ricostituire uno Stato montenegrino o comprendere il Montenegro nel progetto della Grande Italia, che doveva inglobare l’Adriatico fino alle coste dell’Albania.

Vittorio Emanuele III, forse per l’influenza della moglie, la regina Elena del Montenegro, figlia del re Nicola I del Montenegro, sostenne la creazione del Regno indipendente del Montenegro. Riuscì a convincere Mussolini contro il parere dei croati di Ante Pavelić e degli albanesi, che avrebbero voluto dividere il Montenegro tra i rispettivi Stati. Venne così deciso di ricostituire il Regno del Montenegro in unione personale col regno d’Italia, soluzione già adottata per l’Albania.

Kingdom_of_Montenegro_(1941-1944)

Per il quale vennero tracciati dei confini diversi rispetto al Montenegro geografico. Veniva acquisita  una parte del Sangiaccato, mentre il nuovo stato perdeva la zona costiera delle Bocche di Cattaro inglobate dal Regno d’Italia nel Governatorato della Dlamazia e altri territori a favore di Albania e Bulgaria.

Sotto pressioni della regina Elena la corona fu offerta a suo nipote Michele, ma costui rifiutò la corona, dichiarando agli emissari italiani di ritenere che, alla fine, la guerra sarebbe stata perduta dall’Italia. Vennero contattati allora i principi Roman e Nicola Romanoff, rispettivamente figlio e nipote di Milica Petrović Romanoff, sorella della regina Elena, ma anch’essi rifiutarono la Corona.

Fu avanzata allora la candidatura della regina d’Italia Elena, gradita al ministro degli Esteri Galeazzo Ciano e sostenuta dalla popolazione montenegrina presso la quale Elena era popolare, ma Elena non accettò, forse perché aliena dalla politica.

 

La situazione era rimasta tranquilla fino ai primi giorni di luglio quando cominciarono ad arrivare le notizie delle persecuzioni subite dai montenegrini nei territori di cui il Montenegro era stato mutilato. Nel Kosovo e nella Methoja assegnati all’Albania e nell’Erzegovina assegnati alla Croazia,essi vennero perseguitati dai musulmani nei primi e dagli ustascia croati nella seconda.

Si arrivò cosi al 12 luglio 1941 quando a Cettigne si riunì solennemente l’Assemblea nazionale costituente, presieduta da Sekula Drljević, politico fascista e simpatizzante nazista, che proclamò l’indipendenza e la ricostituzione del Regno del Montenegro. In assenza di un sovrano, l’Assemblea creava una Reggenza e demandava a Vittorio Emanuele III la nomina del reggente.

Il giorno successivo 13 luglio, ricorreva come tutti gli anni dal 1878, la festa nazionale del Montenegro , denominata anche “giornata di Stato”. Il 13 luglio del 1878 il Congresso di Berlino riconobbe il Montenegro come il ventisettesimo Stato indipendente del mondo. Dal 1941 il giorno è ricordato anche come giorno dell’insurrezione generale contro l’occupazione italiana.

Tre capi partigiani montenegrini

Sotto la guida di alcuni ufficiali nazionalisti del disciolto esercito jugoslavo come Pavle Djurišić e Bajo Stanišić, e di importanti esponenti del Partito Comunista Jugoslavo originari del Montenegro scoppiò una insurrezione popolare che nei successivi sette giorni, con l’esclusione delle città maggiori e della zona costiera, prese il controllo dell’intero Regno.

In Montenegro ritenuto una zona “sicura”, vennero destinate come forze di presidio deboli forze italiane, affiancate da forze collaborazioniste dei cetnici montenegrini.  Nel Montenegro e nel Sangiaccato era presente la 18ª Divisione fanteria “Messina” rafforzata dalla CVIII legione di Camicie Nere, oltre al II btg. Guardie alla Frontiera, 1 battaglione di motociclisti della Polizia, reparti di Carabinieri Reali e Guardia di Finanza.

Una  forza sostanzialmente rilevante, presa nel suo insieme, ma di scarso peso se si considera che essa venne suddivisa in buona parte in piccoli presidi a difesa di un territorio vasto e impervio.

Le scarse forze italiane di fronte a una sollevazione non attesa, vennero colte di sorpresa e sconfitte, ciò permise ai ribelli nei primi giorni della sollevazione, di impadronirsi di ingenti quantitativi di armi e altro materiale bellico.

La reazione italiana tuttavia non si fece attendere, già il 14  il Comando Supremo trasferì in Montenegro ingenti forze sotto il comando del generale di corpo d’armata Alessandro Pirzio Biroli con funzioni di Governatore civile e militare. Gli vennero assegnati ampi poteri e ben sei divisioni di fanteria “Cacciatori delle Alpi”, “Emilia”, “Pusteria”, “Puglie”, “Taro” e “Venezia” con il compito di eliminare nel minor tempo possibile la rivolta.

L’iniziativa rimase tuttavia in mano ai ribelli fino al 20 luglio e durante questo periodo i piccoli presidi italiani vennero quasi sempre sopraffatti dopo dure resistenze, da attaccanti enormemente superiori per numero. Molteplici furono gli episodi sfociati nella ferocia spesso gratuita e altrettanto dura fu la reazione del Regio Esercito che a partire dal 21 prese saldamente in mano l’iniziativa delle operazioni.

Pirzio Biroli affidò il comando delle operazioni al generale Luigi Mentisti comandante del XIV corpo di armata a cui vennero messe a disposizione forze ingenti oltre alle divisioni da lui dipendenti e cioè la divisione “Puglie e “Firenze” –

Vennero attuate durissime repressioni e rappresaglie contro i montenegrini, causando così lo sbandamento delle forze che guidavano l’insurrezione. Preziosa fu l’alleanza con  i gruppi di “nazionalisti” cetnici.

Bandiera dei Cetnci
Bandiera dei cetnici con il motto Per il Re e la Patria libertà o morte

Proprio durante le operazioni in Montenegro il Regio Esercito inaugurò una “strana” alleanza con il movimento dei Cetnici. Il nome completo del movimento era Esercito jugoslavo in patria in italiano cetnico, nome che deriva dal termine četa ovvero: “compagnia e/o truppa” fu un movimento politico e militare serbo fedele a Pietro II, re di Jugoslavia in esilio.

Si trattava per lo più di nazionalisti jugoslavi, monarchici e anticomunisti. Spietati combattenti vennero sempre osteggiati e combattuti dai tedeschi alla pari dei partigiani di Tito, i cetnici si allearono invece con gli italiani in funzione anticomunista e segretamente antiustascia. Pur essendo al potere in Croazia e quindi alleati, il movimento fascista croato, venne osteggiato segretamente dagli italiani per le mire espansionistiche nei confronti dei territori croati.

Il 20 agosto dopo ripetuti e ampi rastrellamenti e grazie anche all’impiego di reparti della Regia Aeronautica che condusse azioni di bombardamento contro villaggi e piccole cittadine, la rivolta era stata domata e ottenuta la riconquista e il controllo quasi totale del territorio. Pesante fu il consuntivo delle perdite. Gli italiani dovettero registrare 1.079 fra morti e feriti, oltre 5.000 i morti fra le file dei montenegrini fra quelli caduti in combattimento e uccisi durante la repressione.

Dopo il pugno di ferro, nell’autunno successivo Pirzio Biroli iniziò la costruzione di ospedali, fognature e strade a Cettigne e sulla costa montenegrina, nel tentativo di normalizzare la vita nel Regno. Furono stipulati accordi con i maggiori esponenti che avevano sostenuto la rivolta e devoluta ai cetnici l’amministrazione del paese.

Ne derivò uno spirito di collaborazione vantaggioso per la vita del paese che rimase piuttosto tranquillo per un lungo periodo. Profondamente diversa la situazione del Sangiaccato, dove dopo la fine della primavera del 1942, gran parte della regione, inclusa “nominalmente” nello stato del Montenegro, di fatto non era quasi controllata dalle truppe italiane, ma in mano alle formazioni partigiane.

Da ricordare la battaglia di Plievlja attaccata dalle forze di Tito alle ore 2 del 1° dicembre 1941. Si trattava di circa 3.700 combattenti che si trovarono a fronteggiare circa 1.180 italiani che potevano contare su un campo trincerato e circa 1.180 italiani. Ne scaturì una violenta battaglia con la sconfitta totale degli attaccanti.

Già il 2 dicembre la battaglia poteva dirsi conclusa. Le perdite italiane assommarono a 74 morti, 170 feriti e 8 dispersi. Tito annotava nelle sue memorie 214 morti e 270 feriti.

Ultima cosa da ricordare prima di chiudere il post, il fatto che il generale Pirzio Biroli verrà dichiarata dalla Repubblica Federale Socialista di Jugoslava come “criminale di guerra” ma lo Stato italiano non autorizzò mai l’estradizione.

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

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