2^ G.M. Crimini e stragi partigiane

“Mai prima d’ora il buon nome dell’Italia è caduto così in basso nella mia Stima” 7 LUGLIO 1945 – L’eccidio di Schio

« Si può dire che la causa antifascista era più giusta perché si opponeva a un regime fascista che si era affermato con la violenza, l’oppressione e la soppressione dei diritti dell’individuo […] Ma l’episodio di Schio è avvenuto al di fuori del periodo di guerra, quando uccidere era diventato inaccettabile. Questo era un atto fuori legge e fuori dalle regole, portato a termine dai partigiani in aperta sfida anche ai loro stessi superiori. »

(Sarah Morgan autrice di “Rappresaglie dopo la Resistenza. L’eccidio di Schio tra guerra civile e guerra fredda”)

La strage compiuta da formazioni partigiane nella notte fra il 6 e 7 luglio 1945, è una delle tre maggiori stragi (Oderzo, Revine e Schio appunto), compiute a danni di fascisti o molto più spesso presunti tali a guerra ormai ampiamente finita. Si calcola che il totale delle vittime della violenza partigiana nelle nove province venete furono circa 5.000: 400 a Venezia, 200 nel padovano, 800 nel bellunese, circa 1000 nel vicentino, 1500 nel trevigiano, 500 nel veronese, un centinaio nel polesine e altrettante tra Bolzano e Trento.

Prima di iniziare la narrazione, facciamo un passo indietro e vediamo il clima che si respirava a Schio provincia di Vicenza nei giorni immediatamente precedenti alla fine del conflitto. La zona in quei tragici giorni della primavera del 1945, divenne un punto di raccolta di truppe tedesche che si radunavano in attesa della resa e se possibile della ritirata verso l’Austria per sfuggire alla prigionia.

Il concentramento di truppe ormai votate alla sconfitta e sfinite da anni di conflitto, provocarono fortissime tensioni con la popolazione civile, acuite dagli avvenimenti appena narrati. Il 14 aprile 1945, le Brigate Nere arrestarono il partigiano scledense Giacomo Bogotto, lo torturarono, gli cavarono gli occhi e forse lo seppellirono ancora vivo. La sua salma sarà riesumata qualche giorno dopo, il 30 aprile ed è in questo clima che si inquadra l’episodio che andiamo a raccontare nel nostro post odierno..

Reparto tedesco si avvia verso i campi di prigionia

Reparto tedesco si avvia verso la prigionia

In questo contesto si inquadra la strage compiuta dai tedeschi in ritirata negli ultimi giorni di aprile a Pedescala dove 82 civili innocenti sono uccisi dai tedeschi in ritirata, come rappresaglia di un attacco effettuato dai partigiani contro le loro truppe in ritirata. La notizia della strage giunge a Schio, dove il 27 giugno, William Pierdicchi unico sopravvissuto dei 14 antifascisti di Schio deportati a Mauthausen-Gusen e Dachau, rientra in città in uno stato miserabile, ridotto al peso di 38 chili, suscitando un forte moto di rabbia popolare.

Il giorno dopo un’enorme folla si radunò nella piazza principale del paese chiedendo giustizia. Ad accendere ancora di più gli animi arriva l’intervento del capitano Chambers, responsabile alleato dell’ordine cittadino, che  annuncia che, se non fossero state presentate denunce circostanziate entro cinque giorni, le persone arrestate senza denuncia sarebbero state liberate. In questo clima maturò l’eccidio del 6 luglio.

Vi erano nel carcere mandamentale di Schio persone fermate per indagini su eventuali loro corresponsabilità col regime fascista e con la Repubblica Sociale o per testimoniare nelle indagini in corso. Fu cosi che per evitare la possibilità che i prigionieri, per i quali occorre ricordarlo, erano ancora in corso gli accertamenti del caso, un reparto di partigiani, irruppe nella notte del 6 luglio nel carcere mandamentale della città:

I locali che ospitavano tribunale e carcere nel 1945

Si trattava di elementi della brigata garibaldina, comandato da Igino Piva e Valentino Bortoloso (nomi di battaglia “Romero” e “Teppa”) che, non disponendo di elenchi di fascisti, li cercarono ma, non avendoli trovati, le vittime furono scelte tra i 99 detenuti del carcere. Tra questi, solo 8 erano stati indicati al momento dell’arresto come detenuti comuni, mentre 91 erano stati incarcerati come “politici” di possibile parte fascista, sebbene non tutti fossero ugualmente compromessi con il fascismo e in molti casi forse fossero stati arrestati per errore.

Erano infatti ancora in corso gli accertamenti delle posizioni individuali: per alcuni era già stata accertata l’estraneità alle accuse ed era altresì programmata la scarcerazione, non avvenuta per lentezze burocratiche. Gli 8 detenuti comuni vennero subito esclusi dalla lista, insieme a 2 detenute politiche non riconosciute come tali.

Dopo un’approssimativa cernita, che suscitò contrasti tra gli stessi partigiani, alcuni proposero che fossero risparmiate almeno le donne, che in genere non erano state arrestate per responsabilità personale ma solo fermate per legami personali con fascisti. “Teppa” si oppose dicendo: «Gli ordini sono ordini e vanno eseguiti», ma non disse da chi provenivano gli ordini (e questo non fu mai accertato, nonostante sull’episodio come vedremo in seguito si tennero ben tre processi.

Dopo un’ora di incertezza, mentre alcuni partigiani non convinti si allontanarono, vennero uccise a colpi di mitraglia 54 persone, tra cui 14 donne (la più giovane di 16 anni), e ne vennero ferite numerose altre. Alcuni detenuti, coperti dai corpi dei caduti, si salvarono indenni.

Palmiro TogliattiAll’indomani dell’evento le organizzazioni partigiane, la Camera del Lavoro e il Partito Comunista Italiano condannarono l’accaduto in quanto la guerra era già finita da nove settimane e si sarebbe dovuto attendere l’inchiesta sulle responsabilità individuali delle persone arrestate. Ciò provoco anche il duro intervento delle autorità militari alleate che chiesero l’apertura di un inchiesta.

L‘Unità difinì i responsabili dell’eccidio “provocatori trotskisti”: in realtà, i partigiani che avevano condotto l’eccidio erano legati al Partito Comunista e alle ex-Brigate Garibaldi. Tre di loro, sfuggiti alle indagini, si recarono a Roma per conferire con Palmiro Togliatti (nella foto a lato), segretario del PCI e Ministro di Grazia e Giustizia. Essi vennero aiutati dall’organizzazione del PCI a rifugiarsi a Praga e fecero perdere le loro traccie.

La strage però aveva indignato e preoccupato di possibili escalation le autorità militari alleate presenti in Italia e in particolar modo il generale Dunlop governatore militare del Veneto, che l’8 luglio pronunciò queste parole:

“Sono qui venuto per una incresciosa missione, per un anno e mezzo ho lavorato per il bene dell’Italia, la mia opera e la mia amicizia sono state, io lo so, riconosciute e apprezzate, è mio dovere dirvi che mai prima d’ora il nome dell’Italia è caduto tanto in basso nella mia stima, non è libertà, non è civiltà che delle donne vengano allineate contro un muro e colpite al ventre con raffiche di armi automatiche e a bruciapelo. Io prometto severa e rapida giustizia verso i delinquenti, confido che il rimorso di questo turpe delitto li tormenterà in eterno e che in giorni migliori la città di Schio ricorderà con vergogna e orrore questa spaventosa notte e con ciò ho detto tutto”

Dunlop si mise subito al lavoro e affidò le indagini agli investigatori John Valentino e Therton Snyder che in due mesi di indagini individuarono quindici responsabili dell’eccidio. Otto di loro con la complicità delle organizzazioni del PCI riuscirono a riparare in Jugoslavia mentre sette vennero arrestati.

Il processo istituito dalle autorità militari alleate si svolse nell’autunno del 1945. La Corte militare alleata, presieduta dal colonnello statunitense Beherens, assolse due degli imputati presenti e condannò gli altri cinque. Tre furono condannati a morte, due alla pena dell’ergastolo, successivamente le condanne a morte saranno commutate nel carcere a vita dal capo del governo militare alleato, il contrammiraglio Ellery Stone, mentre la pena effettivamente scontata dai cinque condannati fu tra i 10 e i 12 anni.

Nel 1952 sull’episodio, si tenne a Milano un secondo processo, condotto questa volta da una corte italiana, in quanto erano stai individuati altri autori dell’eccidio. Durante il processo, venne accertato che delle 54 persone uccise, solo 27 avevano dei legami con il Partito Fascista, 27 persone, occorre ricordarlo su 91 incarcerati come “politici”. La sentenza fu emessa dalla Corte d’Assise di Milano, il 13 novembre del 1952, con otto condanne all’ergastolo. Un solo imputato era presente, gli altri sette erano fuggiti nei paesi dell’area comunista, con la complicità degli organi del P.C.I.

Ma non è ancora finita perché nel 1956 venne istruito un terzo processo che si tenne questa volta a Vicenza. Si trattava di accertare due fatti, le eventuali responsabilità del ritardo a dare esecuzione all’ordine di scarcerazione di una parte dei detenuti, emesso a Vicenza e trasmesso per competenza a Schio ma non eseguito, e l’individuazione della catena gerarchica da cui era partito l’ordine di eseguire la strage.

Erano imputati Pietro Bolognesi, segretario comunale e Gastone Sterchele, ex vicecomandante della Brigata Garibaldi Martiri della Val Leogra. Sterchele fu assolto con formula piena, Bolognesi per insufficienza di prove; in appello fu anch’egli assolto per non aver commesso il fatto.

La targa che ricorda i 54 morti di Schio

La targa che ricorda i 54 morti di Schio

Dell’eccidio di Schio si è continuato a parlare fino ai giorni nostri. perchè la memoria viene tenuta accesa dalle organizzazioni neofasciste e di reduci della Repubblica Sociale, che tutti gli anni si ritrovano a Schio per la commemorazione della strage. II tragico episodio, torna alla ribalta nazionale nel 2016 e un altra volta ancora più recentemente nel 2017.

Nel 2016 l’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani,  ha incluso Valentino Bortoloso (peraltro già decorato in precedenza dal Presidente della Repubblica Pertini) nella lista dei partigiani meritevoli della Medaglia della Liberazione (sic).

«Si tratta di una delle pagine più imbarazzanti della storia della Repubblica italiana, la superficialità del governo Renzi, che si è rimpallato le responsabilità a mezza voce, si è tradotta nella semplice registrazione di nomi da un elenco fornito dall’ Anpi per conferire delle medaglie, senza alcuna verifica»

Queste le parole dell’Assessore regionale del Veneto Elena Donazzan che si è fatta portavoce dell’associazione parenti delle vittime della strage, che a portato successivamente il Ministero della Difesa, a revocare la medaglia e l’ «espunzione del nominativo di Bortoloso dall’albo» degli insigniti.

L'incontro fra la figlia del Podestaà e il partigiano che lo uccise

Infine l’ultimo atto fino ad oggi avviene il 2 febbraio 2017. Quel giorno, Anna Vescovi,  figlia di una delle vittime, Giulio Vescovi, allora 35enne podestà di Schio, dopo esser stato pluridecorato capitano della divisione corazzata Ariete, ha provveduto a ricostruire un percorso di avvicinamento personale e famigliare che si è poi concluso col suo perdono del partigiano Bortoloso (vedi foto a lato).

Davanti al vescovo di Vicenza viene solennemente sottoscritta da parte di entrambi di una lettera aperta di riconciliazione nella e per la pace, nel consapevole e dichiarato solco tracciato dalla fondamentale “Dichiarazione” del 2005, meglio nota come “Patto di Concordia civica”, sottoscritta il 18 maggio di quell’anno, a sessant’anni esatti dall’eccidio di Schio, fra i rappresentanti del Comune, del Comitato familiari delle vittime, e delle Associazioni partigiane A.N.P.I. e A.V.L.

 

 

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1 risposta »

  1. I partigiani “quelli veri” combattevano con onore, non sparavano alle spalle e non mettevano in pericolo paesi interi per le ritorsioni dei tedeschi.
    Comunque sono sempre più meravigliato nel vedere labari e sentire discorsi strampalati (ultimo a Viterbo) da gente di 60 anni sedicenti partigiani. W L’Italia!!!

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