2^ G.M. Crimini e stragi partigiane

11 maggio 1945 la strage di Argelato e l’eccidio dei fratelli Govoni

« Come vittime i sette giovani Cervi e i sette giovani Govoni, per me sono uguali; come vittime! La differenza consiste che i primi hanno costruito la Repubblica italiana e perciò vanno onorati non come morti, ma come attori di quel cambiamento. Gli altri non hanno fatto niente, sono vittime, ma non come attori della storia. »

(Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista)

L’11 maggio si conclude una delle tanti stragi perpetrate e mai ricordate avvenute ad opera dei partigiani comunisti a guerra ormai conclusa.

Tutti conosciamo l’eccidio dei fratelli Cervi, esistono fondazioni, musei e vie in tutte le città che li ricordano, ma niente di simile che io sappia esiste per i 7 fratelli Govoni, che uguale sorte ebbero, ma stavano dalla “parte sbagliata”.

L’eccidio che avviene a Pieve di Argelato in provincia Bologna si compone di 2 episodi staccati ma inquadrati nella stessa azione che coinvolse in tutto 29 persone. Il tutto ha inizio l’8 maggio 1945. In quel giorno i partigiani garibaldini della brigata “Paolo”, Dino Cipollani e Guido Belletti prelevarono la professoressa Laura Emiliani e la portarono nella sede del CLN dove fu presa in consegna dalla polizia partigiana comandata da Luigi Borghi.

Il giorno seguente Vittorio Caffeo, che era stato il commissario politico della brigata partigiana, sequestrò il vecchio podestà di San Pietro in Casale Sisto Costa con la moglie Adelaide e il figlio Vincenzo; a questi si aggiunsero nove cittadini di Cento: Enrico Cavallini, Giuseppe Alborghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartati, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri, Augusto Zoccarato e Alfonso Cevolani. Guido Cevolani, fratello di uno dei sequestrati, resosi conto della situazione, inseguì i partigiani e – scoperto il luogo in cui erano stati posti in detenzione – dopo un drammatico colloquio ottenne la liberazione del fratello.

Il 9 maggio 1945 i prigionieri furono sottoposti al giudizio di un tribunale partigiano e sommariamente condannati a morte. Privati degli effetti personali, che furono spartiti tra i partigiani, furono tutti strangolati. Quali fossero esattamente le colpe imputate a ciascuno per determinare la pena di morte non è dato sapere.

Arriviamo cosi al secondo episodio della strage di Argelato, in cui si inquadra il martirio dei 7 fratelli Govoni. I fratelli, in realtà erano 8, i primi sette Dino, Emo, Augusto, Ida, Marino, Giuseppe, Primo, moriranno tutti nella strage mentre si salvò invece una ottava sorella, Maria, che dopo essersi sposata si era trasferita ad Argelato e non fu rintracciata.

Il marito di Ida, che non volle abbandonare la giovane moglie salì anch’esso sul camion, ma fu poi costretto a discenderne. L’automezzo proseguì per Pieve di Cento verso il podere di Emilio Grazia dove gli altri cinque fratelli, ignari della situazione, e lì furono anch’essi prelevati con l’assicurazione si trattava solo di “accertamenti di polizia”.

Presi prigionieri i sette fratelli, i partigiani andarono a San Giorgio di Piano a prelevare altre dieci persone, tre delle quali appartenenti alla stessa famiglia, il nonno Alberto, il padre Cesarino e Ivo Bonora, diciannovenne, oltre a Guido Pancaldi, Ugo Bonora, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, Giacomo Malaguti, Guido Mattioli, Vinicio Testoni.

Tra i nuovi prelevati fugurava anche Giacomo Malaguti, 22 anni, sottotenente di artiglieria dell’ esercito dell’Italia del Sud, per il quale aveva combattuto contro i tedeschi nella Battaglia di Montecassino, rimanendo ferito, e aveva fatto la campagna in una unità italiana aggregata all’esercito inglese, che si trovava in licenza presso la famiglia nel paese di San Giorgio di Piano. Aveva manifestato però avversione al comunismo a causa delle ripetute violenze,tanto da rivolgersi ai partigiani con un “Voi comanderete ancora una settimana e poi vi sistemeremo tutti”, facendo riferimento agli angloamericani che non avrebbero tollerato violenze.

Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, arrivarono altri comunisti alla casa colonica di Emilio Grazia. Per ore, nello stanzone dove erano rinchiusi, i prigionieri subirono un bestiale linciaggio, con pugni, calci e colpi di bastone, furono seviziati, e coloro che non morirono per le torture furono strangolati. Nessuna delle vittime morì per arma da fuoco. I beni trovati in possesso degli uccisi, come accertato dalla magistratura, furono spartiti tra i partigiani. I corpi furono sepolti poco distante in una fossa anticarro.

La ferrea legge dell’omertà dei partigiani comunisti impedì che si potessero conoscere i nomi delle decine di persone che seviziarono i fratelli Govoni. Dopo molti anni dai fatti, quando furono scoperti i corpi, si accertò che quasi tutte le ossa degli uccisi presentavano fratture ed incrinature.

Anni dopo, il partigiano Filippo Lanzoni disse con scherno alla madre dei sette fratelli uccisi Caterina Govoni, ancora alla ricerca del luogo in cui erano stati sepolti i figli: Cercali con un cane da tartufi.

Il fatto provocò la reazione di Cevolani che decise di fare i nomi che conosceva al maresciallo dei carabinieri di Pieve. Il maresciallo Vincenzo Masala raccolse tutte le prove e ulteriori testimonianze, così alla fine del 1949 denunciò alla magistratura i partigiani della brigata garibaldina “Paolo”.

Presto fu rintracciata la fossa in cui erano stati sepolti i corpi dei sequestrati insieme al fratello di Cevolani, ma le indagini proseguirono e si spostarono anche sul secondo eccidio, quello che aveva visto vittime i fratelli Govoni.

I funerali dei fratelli Govoni

Le ricerche permisero il 24 febbraio 1951 il rinvenimento di altre due fosse comuni, con venticinque corpi non identificati in una e diciassette nella seconda a breve distanza, che vennero identificati quali vittime della seconda strage, tra i quali furono rinvenuti i resti dei fratelli Govoni. Il 28 febbraio 1951 si svolsero i funerali. Il processo, svoltosi a Bologna vide abbinate le due stragi in un solo procedimento, dato che gli imputati erano gli stessi.

Il processo si concluse nel 1953 e riconobbe gli imputati coinvolti in diversi omicidi: ci furono quattro condanne alla pena dell’ergastolo per Vittorio Caffeo, che era il commissario politico della brigata, per Vitaliano Bertuzzi, il vicecomandante, per Adelmo Benni, che faceva parte del tribunale partigiano che aveva comminato le condanne a morte, e per Luigi Borghi, che operò i sequestri; il comandante della brigata Marcello Zanetti non fu processato perché deceduto nel 1946.

Le condanne all’ergastolo furono comminate esclusivamente per l’omicidio del tenente Malaguti, ma la giustizia comunque non poté fare il suo corso perché gli assassini furono fatti fuggire in Cecoslovacchia e di loro si perse ogni traccia; successivamente, il crimine fu coperto dall’Amnistia Togliatti.

Lo Stato italiano decise di corrispondere a Cesare e Caterina Govoni una pensione di 7.000 lire mensili per i figli perduti, 1.000 per ogni figlio ucciso (Bruno Vespa, Vincitori e vinti, Cles (Trento), Oscar Mondadori, 2008, p. 103).

Grazie per aver letto con tanta pazienza il nostro post, con la speranza che vogliate continuare a seguirci anche in futuro Vi salutiamo e diamo appuntamento al prossimo.

 

 

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